Molto spesso la pratica delle arti marziali e degli sport da combattimento,
inducono un senso di falsa sicurezza che rischia di mettere in serio pericolo.
Comprendere la differenza tra arti marziali,
sport da combattimento (o combattimento sportivo)
e difesa personale, è quindi una premessa
fondamentale.
Il praticante di , indipendentemente dalle loro origini e proprio
in quanto "arti", non ha o non dovrebbe avere come scopo principale,
l'essere in grado di difendersi in situazioni di pericolo ed in un contesto
reale.
Nelle arti marziali risultano prioritari altri aspetti quali la perfezione dei
movimenti, l'armonia esteriore ed interiore, la presenza mentale, il rigore
morale, l'attenzione alle forme di comportamento, la forma fisica ecc… . Possiamo
anche dire che la "via" (do) è fine a se stessa, che la sua
vera essenza è la mancanza di uno scopo e che la pratica deve in realtà
essere senza spirito di profitto.
Se poi dopo lunga (molto lunga!) pratica, il condizionamento motorio ed una
certa attitudine psicologica acquisita, portano a sapersi difendere meglio di
una persona che non si è allenata in alcuna disciplina, la cosa risulta
assolutamente incidentale e secondaria.
Se invece la priorità del praticante è orientata alla difesa personale,
potrebbe trovare la "via" scelta troppo lunga e poco comprensibile.
Meglio quindi chiedersi sin dall'inizio cosa si vuole ottenere ed eventualmente
percorrere strade diverse.
La domanda se questa o quest'altra arte marziale sia più o meno efficace
non ha alcun senso perchè viziata in partenza. Se una certa arte marziale
funziona (ma dove?, con chi?, in quale contesto?) oppure no, per il praticante
è assolutamente secondario.
Negli , a contatto pieno o semi contact,
su ring o tatami, il praticante acquisisce un'ottima capacità di portare
colpi, di pararli e (molto importante) di incassarli senza restare psicologicamente
traumatizzato.
Negli sport da combattimento, però, ci troviamo in una situazione assolutamente
controllata. Innanzitutto i contendenti sono 2 e si trovano uno di fronte all'altro
(nessuno ti attacca alle spalle, magari con una bottiglia rotta in mano). Gli
incontri avvengono generalmente tra categorie di peso omogenee e tra avversari
dello stesso sesso. C'è poi un arbitro il quale interviene se le cose
si mettono male per uno dei due opponenti (la morte o le lesioni permanenti
costituiscono quindi un incidente e non la norma, se uno è sfinito l'altro
non può infierire fino alle estreme conseguenze). Vi sono inoltre delle
regole da rispettare, un codice d'onore ed un rispetto tra sportivi.
Per strada invece non ci sono arbitri né regole, qualcuno potrebbe attaccarti
alle spalle e se cadi a terra l'altro non smette di prenderti a calci. Inoltre
chi pratica sport da combattimento difficilmente ha maturato l'istinto a portare
"colpi sporchi" come ginocchiate ai genitali, dita negli occhi, calci
alle rotule, testate, gomitate alla gola…
L'aggressore invece è, per definizione, portato ad uccidere (anche e
soprattutto inconsapevolmente) o ledere in maniera grave e permanente, quindi
le tecniche di parata e di difesa dello sportivo possono non essere sufficienti.
La forma fisica quasi certamente sarà dalla parte dello sportivo ma l'aggressore
potrebbe essere molto pesante o troppo alto e, cosa abbastanza frequente, trovarsi
in stato di alterazione psico-fisica (alcool, droghe, instabilità patologica)
e quindi non sentire la stanchezza, non accusare dolore, non essere inibito
dalla paura o dal timore di fare danni irreparabili.
Per
Scontato invece lo studio della lotta a terra, soprattutto per la difesa personale
femminile.
Anche in questo caso però, meglio non illudersi. E' verso che se si è
un buon lottatore a terra non si dovrebbe aver paura di andare al suolo, conoscendo
una certa quantita' di leve micidiali da applicare. Una volta a terra, però,
la differenza di peso giocherà ancora una volta un ruolo importante.
L'asfalto, inoltre, non è un ambiente favorevole e se l'avversario ha
un alleato in piedi si è praticamente finiti.
Sebbene molti dicano che la maggior parte dei combattimenti finiscono a terra,
credo sia molto meglio risolverli in piedi (con uno o due colpi al massimo),
soprattutto per una donna la quale non dovrebbe mai cercare di chiudere la distanza
con l'avversario.
Nelle discipline che studiano la difesa personale i "colpi sporchi"
vengono insegnati ed enfatizzati in quanto risultano quasi sempre risolutori.
Se non si può evitare di trovarsi a lottare per la vita, si deve uscire
da quella situazione nel più breve tempo possibile ed in qualunque modo
.
Più tempo passa (ammesso di poter combattere per strada, quindi sempre
ad alta intensità, per più di pochi minuti) e più aumentano
i pericoli ed il rischio di ricevere colpi dannosi.
Al di fuori dell'ambiente marziale o sportivo, trovandosi quindi in un contesto
nel quale rivestiamo il ruolo di vittima, i colpi sporchi sono legittimi e di
fondamentale importanza.
Davanti ad una minaccia è importante saper distinguere
fino a quando ci troviamo in un contesto di "rituale" (costituito
sia da atteggiamenti verbali che da una mimica particolare) e quando il rituale
è terminato ed il nostro avversario si sta trasformando in aggressore
ed è pronto ad attaccare.
Senza approfondire l'argomento "rituali" e limitandoci a considerare
quello di provocazione/intimidazione e quello di affronto (nella vita quotidiana
ce ne sono altri 5: territorio, dominazione, selezione, seduzione, sottomissione),
mi preme sottolineare che, se riteniamo che la nostra vita e quella dei nostri
cari sia un bene prezioso da preservare (ancor più che da difendere),
occorre conoscere bene i rischi che implica la pratica di un rituale.
Il rituale di provocazione/intimidazione si basa su posture alte e vantaggiose,
gesti, grida di intimidazione, insulti, smorfie e movimenti vari. Tutto questo
serve per comunicare all'avversario che non è conveniente battersi con
noi e spesso è sufficiente a scoraggiare la sfida.
In questa fase più il tono di voce è acuto e meno è pericoloso
l'avversario (ha paura). Se il viso è rosso e le pupille dilatate (adrenalina)
ha paura, molto probabilmente terrà i pugni serrati, la sua posizione
sarà molto eretta, quindi non può scattare e generalmente non
è in procinto di attaccare.
In queste condizioni potrebbe anche attaccare ma si tratterà
di un attacco maldestro e poco efficace.
Se però impallidisce e le pupille sono strette (noradrenalina), se smette
di gridare e di fare smorfie magari abbassando il centro di gravità....
il nostro avversario si è trasformato in un predatore, in ogni momento
sarà possibile il suo attacco e si tratterà di un attacco senza
riserve.
Prima si trattava di rituale, ora di sopravvivenza !
Quando i contendenti non vengono dissuasi dal rituale di provocazione/intimidazione
ed uno dei due ha invitato l'altro alla rissa, passiamo al rituale di affronto.
Parliamo di affronto o rissa ma non di combattimento. Quest'utimo, infatti,
non riguarda i rituali ma la sopravvivenza nei confronti del predatore. Durante
il rituale di affronto intervengono delle inibizioni molto forti grazie alle
quali, salvo incidenti (frequenti), non si uccide e non ci si ferisce gravemente
ma .... se siete attaccati da un folle scordatevi i rituali e le loro regole:
sarete sempre in un contesto di sopravvivenza contro il predatore.
Mettere al primo posta la vita ed in subordine l'ego, significa evitare il rituale
o rinunciare a prendervi parte (le due cose sono abbastanza differenti).
Se invece si arriva al punto in cui il rituale non si è risolto ma si
sta trasformando in conflitto, trovare una via di fuga (disimpegno) potrebbe
essere più problematico, soprattutto se non si è saputo cogliere
il momento in cui la situazione è evoluta.
Comprendere quando il rituale finisce significa anche non essere colti di sorpresa
e colpire per primi. A volte ho sentite dire "...stavamo ancora parlando…".
Non è vero! Uno dei due stava parlando l'altro no, anche se poteva sembrare.
In molti casi, però, non esiste rituale. Non è del tutto vero,
diciamo che in alcuni casi la funzione del rituale è diversa e che, per
le nostre finalità, diventa trascurabile il prenderne coscienza. Parliamo
dei casi di aggressione a scopo di rapina o di violenza. Anche qui può
esserci spazio (nella rapina) per scegliere tra ego e sopravvivenza.
Se c'è una via di fuga/disimpegno, quella è sicuramente l'unica
strada certa per portare a casa la pelle.
Se si riesce a portare a termine una tecnica di arti marziali o se si è
un buon combattente sportivo anche una persona alta 190 cm e pesante 90 kg potrebbe
venire neutralizzata in pochi secondi.
Anche ammesso che in un contesto reale la situazione si limiti con certezza
all'uno contro l'altro a mani nude, vale comunque la pena di considerare che
se la mia vita è davvero in pericolo probabilmente è meglio praticare
qualcosa di piu' istintivo, sicuro, immediato, con pochi margini di errore......come
la fuga!
Se siamo in pericolo di vita occorre scegliere tra gratificare il proprio ego
e salvarsi (preservare) la vita. Fate questa scelta ora, adesso, per metterla
in pratica qualora ve ne fosse il bisogno.
Come già detto, sulla strada la mancanza di regole e di schemi porta
la pericolosità dello scontro ai massimi livelli. Si può essere
attaccati da dietro, l'avversario può utilizzare un'arma anche improvvisata
(contundente o da taglio) o rivelarsi munito di arma da fuoco.
Anche per chi pratica discipline orientate alla difesa personale o al cosiddetto
combattimento reale, è quindi indispensabile evitare di cadere in quel
senso di falsa sicurezza tipico di tutti coloro che si allenano nel combattimento
(sportivo o marziale). Prevenire e preservare è sempre la strada migliore
e l'unica che certamente potremo raccontare.
La rinuncia allo scontro è la prima forma di autodifesa ed è una
autentica forma di autostima.
Lo scontro, se inevitabile, verrà condotto al meglio delle nostre possibilità
o capacità e, certamente per tutti quanti, risulterà condizionato
da una incredibile dose di fortuna e di fatalità.
"L'unica battaglia che puoi sicuramente vincere è quella che riuscirai a non combattere"