In Cina e Giappone si giunse a livelli di raffinatezza nello studio dei punti vitali come in nessun altro luogo e ve ne è traccia già nello Hsi Yuan Lu, il più antico testo al mondo di medicina legale (datato, il corrispondente relativo occidentale, 247 a.C.)
Si riuscì, infatti, a mettere in relazione le varie parti del corpo umano, il metabolismo, le stagioni dell’anno e le ore del giorno, da cui risultava che al fine di ottenere un effetto piuttosto che un altro, era preferibile colpire un organo o un’articolazione, il modo, il momento e con quale intensità.
A noi può apparire una stravaganza, ma così non è: si pensi che è da questi
studi che nacque ogni tipo di metodo di manipolazione del corpo umano a fini
terapeutici quali l’agopuntura, lo shiatsu, il kuatsu, …nonché distruttivi quali
il Jiu Jitsu.
Si narra, infatti, di un’antica disciplina, il DIM MAK (letteralmente tocco della morte), che insegnava l’uso di atemi particolari, apparentemente innocui, ma che, a distanza di minuti, a volte ore o addirittura giorni, provocavano danni permanenti ovvero la morte della vittima.
Questo effetto veniva prodotto dalla capacità di trasmettere con le mani vibrazioni inavvertibili al momento, ma in grado di deteriorare gli organi interni piuttosto che i sistemi di conduzione nervosa.
Gli antichi maestri dell’arte in seguito nominata Jiu Jitsu ne avevano individuati 108, di cui 36 letali.
Sono punti, diciamo, alla portata di tutti, ma è indispensabile la padronanza assoluta del KI per poterli colpire efficacemente, pena la totale nullità dell’effetto.
Ovviamente un combattente quando unisce all’abilità negli ATEMI WAZA (percussione dei punti vitali) la conoscenza di tecniche di proiezione, strangolamento, immobilizzazione…può diventare davvero terribile e quasi inaffrontabile.
DIM MAK: Numerose tracce, ad esempio, sono presenti in alcuni scritti di Marco Polo, il quale definì i Maestri di tale arte “soggetti dai poteri incredibili, in grado di donare così come sottrarre la vita…”.