Il Jiu Jitsu continua ad essere un essere poco conosciuto e come tale affascinante, ma anche sospetto. Continua ad esserlo nonostante la sua diffusione sia ormai più che ragguardevole. E’ convinzione abbastanza diffusa che si tratti essenzialmente di una tecnica di difesa personale e di uno strumento di “autorassicurazione” fisica e psicologica: in definitiva, di un’arma.
Ciò che normalmente non si conosce è che chi possiede quest’arma tende per lo più a non usarla come tale e quanto meglio la conosce, tanto meno si sente portato ad impiegarla. La cosa è logica, come vedremo subito, e dipende dal fatto che se è vero che il Jiu Jitsu è un efficacissimo mezzo difensivo e offensivo, a volte mortale, è altrettanto vero che non è solo questo: il Jiu Jitsu è anche un’arma, ma il suo SPIRITO va ben oltre un simile aspetto superficiale, grossolano, in una parola, occidentale.
Moltissimi sono convinti che il Jiu Jitsu sia uno sport. E’ vero lo è. Ci sono le gare e i campionanti a livello locale, regionale, nazionale ed internazionale; ci sono coppe, federazioni, associazioni, medaglie, diplomi, …; ci sono gli allenamenti, la ginnastica preparatoria,… Come si spiega allora che esistano esperti di considerevole livello (forse i migliori) che non hanno mai combattuto in gara, o che comunque non hanno mai vinto un incontro? Il fatto è che il Ju Jitsu è ANCHE uno sport, ma non solo questo.
C’è infine chi guarda al Ju Jitsu come ad un’ARTE. E’ corretto, ad un determinato livello il Jutsuka può davvero creare, mediante l’impiego del proprio corpo, qualcosa di estremamente estetico e piacevole. In un certo senso si tratta di un autentico linguaggio, paragonabile a quello della danza, o a quello figurativo, o persino a quello musicale e letterario. Come l’arte, il Jiu Jitsu richiede fantasia, creatività, sensibilità, personalità. Sicuramente il Jiu Jitsu è anche un’Arte.
Ma è molto di più di tutto questo. Il Jiu Jitsu è una VIA. Parola che non si presta ad un agevole interpretazione nella nostra chiave culturale di lettura.
Forse si potrebbe dire che è un modo di essere. Non ci si può avvicinare allo spirito del Jiu Jitsu se non si vive in una certa maniera, interiormente ed esteriormente. E, viceversa, chi pratica il Jiu Jitsu nel giusto spirito finisce più o meno consapevolmente col cambiare la propria vita, anzi il proprio stile di vita. Voglio dire, sia pure in termini molto generici e approssimativi, che il Ju Jitsu restituisce l’uomo a se stesso, liberandolo da quelle scorie che una società alienante ha depositato su di lui.
La realtà di questo fenomeno è facilmente verificabile per chi, come me, fruisce di un’esperienza derivante dal continuo contatto con i bambini. Il bambino, specie quello piccolo, si comporta diversamente da noi: è più vero, non si nasconde dietro alcuna maschera, affronta con coraggio e fermezza i problemi della sua esistenza, va diritto al suo scopo, si nutre dei contenuti essenziali della vita e anche sul piano puramente fisico egli mostra delle impostazioni e degli atteggiamenti che sono quelli più adatti all’impiego migliore del suo corpo. In seguito, da adulto, dovrà faticare molto per riconquistare quella posizione e quella dinamica del suo organismo che nei primi mesi di vita gli erano spontanee.
Dire che “il Jiu Jitsu restituisce l’uomo a se stesso” significa dire che la pratica di quest’arte impone il recupero di certe qualità umane che si sono perdute negli stravolgimenti di una società disumana. L’umiltà, ad esempio. Occorre accostarsi al Jiu Jitsu spogli di ogni presunzione, liberi da ogni sovrastruttura superflua, disposti a essere semplicemente quello che si è, aperti ad un’esperienza del tutto nuova, pronti ad apprendere qualcosa che forse, sulle prime, può sembrare incomprensibile. Sul tatami i professori, i commendatori, i dirigenti,i capi, non esistono più. Ci sono soltanto uomini e donne uniti da un comune sforzo: lo sforzo per diventare migliori.
E poi la sincerità. Non serve fingere, non serve voler sembrare più bravi, non serve comportarsi in modo da meritare elogi. Bisogna fare, e basta. Fare quello che si può, con tutte le proprie risorse. Bisogna prima di tutto essere sinceri con se stessi, saper guardare dentro di sé, sapersi conoscere. Non è facile, naturalmente, ma questa è la via.
Si può riuscire sole se si riesce a riconquistare un’altra connotazione fondamentale dell’uomo: l’AMORE. L’amore per gli altri uomini in primo luogo, e perciò il rifiuto qualsiasi rivalità, di ogni rancore, del sospetto, della discriminazione, del disprezzo, dell’antipatia, dell’antagonismo, dell’invidia, dell’ira. Il dojo è il luogo della serenità, dell’amicizia e della mutua prosperità. Inoltre ci vuole l’amore per l’arte. Non si pratica il Jiu Jitsu per essere più forti, per ambizione, per lucro e/o per ragioni di prestigio. Lo si pratica perché lo si ama. Se non lo si a ama, con umiltà e sincerità, si potrà forse anche ottenere una buona tecnica, ma non un buon Jiu Jitsu.
Infine è necessaria la fiducia: in se stessi, nel prossimo, e ovviamente nel MAESTRO. Il Ju Jitsu non si impara sui libri. Solo il maestro può indicare la via e il modo migliore di percorrerla. Non chi si fa chiamare maestro, ma chi lo è. E, se lo è, gli si deve dare tutta la fiducia. Il dubbio nei confronti del maestro, toglie ogni validità al rapporto con lui. Fare Jiu Jitsu vuol dire anche abbandonarsi, senza riserve o secondi fini. Non si chiede né si vuole un rapporto di sudditanza o di sottomissione, il maestro non è un’autorità istituzionale, non è un colonnello, né un duce, è un uomo che merita fiducia e al quale si deve dare fiducia. Se non la merita non è un Maestro.
Per la nostra mentalità mercantile il Jiu Jitsu è senza dubbio un fenomeno sconcertante: la sua pratica riporta in primo piano certe qualità umane che dal nostro costume sono state accantonate, o addirittura cancellate, e ne respinge altre che vanno per la maggiore, come la propensione al successo, al potere, all’avidità, alla sopraffazione, allo sfruttamento. E’ una via che non conduce verso gli obiettivi celebrati dalla cultura dominante, ma “solo” verso un miglioramento dell’uomo e della condizione umana. E’ un’educazione all’amore e alla libertà.