LO SPIRITO DELLE ARTI MARZIALI

In occidente la morte è uno dei grandi tabù, la continua violenza nei mass media nega la realtà della morte con la ripetizione ossessiva di scene stereotipate. La nostra mente razionale viene presa dal panico totale di fronte al pensiero della morte.

Tale paura provoca rigidità, paralisi e perdita di controllo: si può essere gelati dal terrore o si può venire presi dal panico e comportarsi goffamente o irrazionalmente.

Una qualunque di queste reazioni nel momento cruciale di un combattimento significherà sconfitta certa, anche per il guerriero più abile.

Gli antichi samurai dicevano: “Colui che va in battaglia pieno di paura per la propria vita certamente la perderà, mentre chi va in pace con se stesso e disposto anche a perderla, si salverà”.

Nella tradizione buddista, che permea il mondo delle arti marziali, le pratiche preparatorie all’idea della morte sono essenziali per spazzare via una parte enorme dei timori quotidiani della vita.

La coscienza della realtà e dell’inevitabilità della propria morte può rilevarsi un incredibile erogatore di energia.

Chogyam Trungpa, maestro della Scuola di Hagyu Ryu, sosteneva che per poter sperimentare l’assenza di paura bisogna fare l’esperienza della paura.

L’essenza della codardia sta nel non riconoscerne la realtà.

Secondo Trungpa si deve riconoscere la paura e riconciliarsi con essa. La vera assenza di paura non consiste nel ridurla.

Il buddismo zen, ovvero la via delle arti marziali, richiede un addestramento molto lungo. Uno degli esercizi consigliati consiste nel rimanere seduti in SEIZA cercando di non pensare e, soprattutto, di non pensare a non pensare.

Il samurai Hagakure (secolo XVII d.C.) disse ad un suo allievo: “La vita è una danza nel cratere di un vulcano: erutterà, ma nessuno sa quando. Anche nell’azione sono dunque presenti la monotonia e la banalità della vita quotidiana. Attendere l’occasione propizia equivale a concentrare il tempo, a dirigerlo verso un istante decisivo”.

Il termine azione diventa, nelle arti marziali, sinonimo di pazienza.

Si può scegliere di lottare, oppure no. Si può vincere o perdere, ma il peggior disonore è perdere senza aver lottato.
La cosa migliore è vincere senza combattere.

Molti credono che in uno scontro un’arma possa decidere tutto. Ciò è vero solo in parte…

In uno scontro un’arma può ferire la vittima quanto l’aggressore, una pistola può essere strappata di mano ed usata contro il possessore stesso, e il solo fatto di mostrare un’arma può far precipitare una situazione già di per sé critica, ma non compromessa: spesso siamo proprio noi a provocare lo scontro con il nostro modo di reagire ad una minaccia.

In uno scontro può accadere di tutto ed è proprio l’ambiguità della situazione a costituire la maggior risorsa, dipende da come si riesce a mantenere la propria presenza di spirito.

La pistola, il coltello…sono armi molto efficaci, ma molto difficili da usare nella realtà perché richiedono una certa perizia, inoltre un campione di tiro a segno, abituato a centrare sagome di cartone, potrebbe perdere il controllo in una situazione reale e scordare in un attimo tutto l’allenamento.

Se non vi lasciate ipnotizzare dalla minaccia dell’arma, i vostri occhi rimarranno desti a cogliere qualunque opportunità possa presentarsi.

Non è detto che lo scontro sia la soluzione migliore, a volte può essere conveniente la fuga a volte la lotta, colui che minaccia potrebbe abbassare l’attenzione mente “negoziamo” con lui, l’umorismo o la sorpresa possono sciogliere la tensione o disarmare psicologicamente l’avversario.

Il monaco Tokuan sottolineava come in combattimento la mente dovesse essere libera da ogni attaccamento di qualunque natura e dovesse essere sottratta all’influenza perturbatrice delle circostanze esterne.

“Nel combattimento la coscienza di sé è fondamentale, ogni gesto acquista un valore vitale: una sfasatura tra la nostra soggettività e i nostri movimenti costituisce una falla, un’ apertura che offre un’opportunità d’attacco all’avversario, che è attento a percepire questo istante di vulnerabilità: si deve, insomma, essere coscienti dell’avversario e nello stesso tempo restare consapevoli di se stessi”.

L’evoluzione sportiva delle arti marziali (Judo e, in parte, Karate) trascura completamente questo aspetto “spirituale” per concentrarsi sulle tecniche, sull’allena,mento muscolare e tende a sostituire la grinta alla concentrazione in senso orientale, ma ridurre i BUDO (insieme delle arti marziali giapponesi – Ju Jitsu) ad una semplice attività fisica, significa scartare la polpa dell’arancia tenendone la sola scorza…

“L’allievo deve acquisire un nuovo o meglio una nuova vigilanza di tutti i sensi, che lo renda in grado di schivare i colpi che lo minacciano come se li avesse previsti”.

Divenuto padrone di quest’arte, non avrà più bisogno di concentrare la sua attenzione interamente sull’avversario: di frequente si osserva , infatti, che i giovani guerrieri – prosegue il monaco Tokuan – pieni di esuberanza ma privi di esperienza, si affidino soprattutto alla forza muscolare, ma questa energia esteriore col passare del tempo si riduce mentre la coordinazione dei propri poteri mentali, attivando e controllando le proprie energie fisiche, appare divenire più forte con il passare del tempo”.

Nel combattimento di JU JITSU la funzione dei bloccaggi non è semplicemente quella di parare i colpi: quando il bloccaggio avviene realmente si è già iniziato il contrattacco e, se eseguito correttamente, esso annulla l’attacco dell’avversario creando un istante di vulnerabilità che, per quanto brevissimo, è sufficiente a contrattaccare.

L’attacco deve essere effettuato espirando l’aria appena inspirata, espirazione che si traduce spesso in un grido (KIAI), vettore di energia e spirito molto efficace nello sviluppo delle tecniche.

“Il vero spirito è come l’acqua – conclude il monaco – e lo spirito maldestro è come il ghiaccio. Il ghiaccio e l’acqua sono fondamentalmente la stessa cosa; ma non potete lavarvi le mani né bere con il ghiaccio, per farlo si deve fonderlo e lasciarlo scorrere nella direzione voluta…si deve dunque far fondere lo spirito congelato in noi affinché ricopra tutto il corpo”.

Il Sensei Chiosai (secolo XVIII) concepiva lo studio delle arti marziali come lo sviluppo dell’armonia reciproca tra uomo e natura e tra uomo e i suoi simili.

“Senza il loro contenuto filosofico – si comprende facilmente – le arti marziali non sono altro che l’esercizio della forza bruta animale”.

 

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